The History of Orthodoxy in Africa – Written by His Eminence Archbishop Sergios of Good Hope Metropolitan Bishop of Cape Town

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IL SINODO VISTO DALL’AFRICA / INTERVISTA ALL’ARCIVESCOVO SERGIOS  di Mauro Castagnaro

L’arcivescovo Sergios è dal 1999 metropolita del Capo di Buona Speranza, con sede a Città del Capo, in Sudafrica, del Patriarcato di Alessandria e di tuta l’Africa, in rappresentanza del quale ha partecipato alle ultime Conferenze presinodali panortodosse. Nato nel 1967 a Cipro, si è laureato in teologia alla Facoltà teologica dell’Università di Atene nel 1992, venendo ordinato prete quattro anni dopo. Nel 1997 è divenuto parroco di Port Elizabeth, in Sudafrica.

di Mauro Castagnaro

Quali sono le radici storiche della presenza ortodossa in Africa, il suo presente e le sue prospettive?

Gli inizi del cristianesimo in Africa conducono ad Alessandria d’Egitto, dove l’apostolo Marco, uno dei quattro evangelisti e dei 70 apostoli, predicò e diffuse la parola di Cristo. Egli fu senza dubbio il primo vescovo della Chiesa in Africa, come è stato confermato dalla ricerca storica. Le sue attività e il suo contributo alla diffusione del cristianesimo in tutto il continente africano sono ben noti ed egli è stato venerato dai cristiani d’Africa fin dal principio. Recentemente i resti della Basilica di San Marco sono stati scoperti in mare nei pressi di Alessandria. I cristiani che formarono la prima comunità d’Africa erano di origine greca, egiziana e ebraica. Alessandria si trasformò rapidamente nel più grande centro spirituale cristiano, riunendo persone di tutte le nazionalità.

Il Patriarcato di Alessandria fondò molte diocesi, in tutto l’Egitto e in altri luoghi del Nord Africa, come Cirene, Tripoli e Cartagine. A causa della presenza di greci e altri popoli mediterranei del Nord Africa che viaggiavano in altre parti del continente, il cristianesimo si diffuse a sud del Sahara. La diffusione del Vangelo proseguì nel cosiddetto periodo bizantino, quando furono inviati missionari in Etiopia e in altri luoghi oggi dimenticati. Ci sono tracce della presenza di monaci in alcune aree del centro e del sud Africa, una zona più ampia nota come “forti degli estremi confini”.

Nel V secolo ci fu la secessione della parte egiziana della Chiesa, quando i cristiani di origine copta o giacobiti, noti ancora oggi come i monofisiti di Egitto, non accettarono le decisioni del IV Concilio ecumenico. Per molti secoli, il Patriarcato di Alessandria ha mantenuto un buon rapporto con questa grande famiglia cristiana, pur senza la comunione eucaristica. Da allora il Patriarcato è stato chiamato Chiesa romana (Rum) ed è la Chiesa locale in comunione ininterrotta con le altre Chiese. Nel 536 sorse un altro segmento di cristiani “greci” o melchiti, che si identificavano con l’impero dominante di Bisanzio. Dopo il Grande Scisma nel 1054, la Chiesa conservò lo stesso nome, con l’aggiunta dell’aggettivo “ortodossa”, divenendo la Chiesa ortodossa Rum (romano-ortodossa), così mostrando il giusto credo dei popoli d’Oriente, in contrasto col termine “cattolica romana” usato in Occidente.

Oggi ci sono molte denominazioni cristiane nel continente e l’Africa può considerarsi cristiana. Il Patriarcato di Alessandria e di tutta l’Africa ha diocesi e parrocchie ovunque. Ci sono comunità antiche e di più recente costituzione, sorte a causa dello spostamento di gruppi ortodossi del Nord Africa e dell’attività missionaria della Chiesa.

Ci sono scuole di catechesi e seminari per preparare gli uomini all’ordinazione e ad altri ministeri in Kenya e in Egitto, nei pressi di vecchie parrocchie create da migranti provenienti da Grecia, Cipro o Asia Minore, ma anche da nativi. C’è pure un’università in Africa centrale

Più di recente, sono state formate comunità etnicamente orientate nel resto dell’Africa, ad esempio in Sudafrica e negli Stati vicini. Coi cambiamenti politici mondiali, molti fedeli sono venuti anche dai paesi dell’Europa orientale, inserendosi nelle parrocchie esistenti o creandone di nuove sotto la giurisdizione canonica e l’autorità spirituale dei vescovi locali.

La missione ortodossa è stata avviata dalla arcivescovo Makarios III di Cipro, dai monaci del Monte Athos e da gruppi missionari di Grecia e Cipro, inviati in Kenya, Tanzania, Uganda, Africa occidentale e centrale, dove hanno fondato parrocchie che mostrano una crescita sorprendente.

In questo ambiente multiculturale e sotto la guida del Patriarcato, sono state costruite molte chiese, in cui si celebrano regolarmente liturgie, si offre sostegno spirituale ai fedeli, si attuano progetti missionari e di servizio sociale. Le attività dei membri della Chiesa testimoniano una fioritura di vita sacramentale e la presenza dello Spirito Santo. Siamo certi che Dio benedirà i popoli dell’Africa ed essi reggeranno alle sfide che devono affrontare a causa della povertà, dei disordini religiosi e politici.

 

Qual è l’impatto cultura africana sulle antiche tradizioni cristiane d’Oriente?

L’Africa è un continente enorme, ricco di culture, usi e costumi diversi. Ci sono africani rimasti isolati per secoli e altri che hanno avuto contatti con visitatori stranieri o colonialisti europei, tollerandone le imposizioni violente senza perdere le proprie tradizioni. Dove c’è sfruttamento, c’è anche una diffidenza di fondo.

Nonostante le esperienze con europei, arabi o altri popoli, gli africani restano in gran parte legati alle proprie tradizioni ancestrali. Aderiscono ancora ad aspetti dell’animismo, con elementi di culto degli antenati e l’accettazione della presenza di spiriti in oggetti e fenomeni naturali. Pur professandosi cristiani, molti mantengono usi e costumi del passato. Sono affezionati a cerimonie che danno risalto il loro status nella società e conservano una gerarchia che ha un ruolo chiave nella loro vita. Sono inoltre preoccupati del potere negativo della magia. Grazie alle successive attività missionarie, la maggioranza degli africani è diventata cristiana, anche se molti hanno solo i rudimenti della fede.

Molti cristiani africani non appartengono a una particolare confessione o setta, ma sono membri di varie denominazioni, e quando aderiscono a una, spesso non ne hanno la consapevolezza teologica. La mia esperienza di ministero in Sudafrica mostra che le visioni equilibrate e filantropiche della nostra Chiesa consentono agli africani di adottare la fede e lo stile di vita ortodossi. Ad esempio, per quanto riguarda il celibato, considerato inaccettabile in Africa, la fede ortodossa consente a un fedele sposato di diventare prete. Inoltre, gli elementi rituali della tradizione orientale – paramenti, icone, utensili, edifici, musica e canto – si combinano con l’ambiente e creano un clima più accessibile agli africani. Forse questo è un residuo dell’interazione con l’Egitto e l’Etiopia, che si è diffuso nel tempo in nazioni vicine dove ancora oggi troviamo elementi che riflettono queste visioni e credenze. Nei secoli, nazioni e popoli hanno spesso combinato credenze culturali e religiose, creando tradizioni capaci di sopravvivere al passare del tempo.

Siamo contrari a qualsiasi sincretismo religioso, ma quando si conserva il contenuto della fede, alcune abitudini ed elementi culturali del passato possono permanere. Crediamo che a nessuna civiltà si debbano imporre specifici precetti etnici e culturali, come quelli occidentali. Piuttosto, gli africani dovrebbero essere incoraggiati a conservare le proprie tradizioni, con la sola avvertenza di seguire il tipo di vita richiesto dalle leggi della Chiesa, utile per il loro progresso spirituale e la loro salvezza .

 

Che cosa attendono le comunità ortodosse africane da questo Sinodo?

Visto che è stato molto reclamizzato, tanti hanno cominciato a guardare al Sinodo con l’attesa che risolvesse tanti problemi, per esempio in materia di digiuno, matrimonio, partecipazione alla vita liturgica, rapporti tra persone dello stesso sesso, interruzione della gravidanza, maternità surrogate, trapianto di organi, eutanasia.

Dal Sinodo le comunità cristiane d’Africa attendono anzitutto una solida conferma del contenuto della fede e decisioni in continuità con i Concili ecumenici del primo millennio, e anche con altri Sinodi della Chiesa ortodossa, convocati a livello locale e non definiti finora ecumenici.

Il messaggio della Chiesa avrà come destinatari tutti, cristiani e non, e toccherà i problemi legati all’economia e alla politica, all’ambiente, alla tecnologia e ai mezzi di comunicazione, al fanatismo religioso, al degrado morale, ma anche ad altre questioni cruciali, sulle quale ci aspettiamo che il Sinodo si esprima in modo chiaro e semplice, perché l’Africa, come regione missionaria, è particolarmente sensibile al rispetto dei precetti morali e religiosi.

Tuttavia ora attendiamo l’esito del Sinodo con un ottimismo relativo. Infatti, la preparazione è stata fatta solo a livello di commissioni. Inoltre, il Sinodo non prevede la partecipazione di tutti i vescovi, secondo il modo tradizionale, ma di un numero fisso concordato dai primati. I fedeli sono stati certamente informati, con la pubblicazione da parte della segreteria dei testi proposti dopo l’incontro dei primati a Ginevra, in Svizzera, in gennaio. Potrebbe essere un’indicazione del particolare interesse della Chiesa per la missione, se il Sinodo esprimesse la volontà di sostenere i progetti del Patriarcato ortodosso di Alessandria nel continente africano.

 

Come vede le relazioni tra “sede patriarcale” e le comunità ortodosse della diaspora, soprattutto in Africa?

La coesistenza di molte giurisdizioni ecclesiastiche in una stessa zona è davvero problematica, in quanto contrasta con le regole e i canoni della Chiesa, i quali specificano che ci dovrebbe essere un’unica autorità ecclesiastica in ogni area. Questo è un fenomeno degli ultimi secoli, frutto del trasferimento dei cristiani in nuovi paesi, come l’America, l’Australia, l’Estremo Oriente. In uno stesso territorio si trovano parrocchie che appartengono a diverse giurisdizioni ecclesiastiche (legate e sotto la giurisdizione spirituale delle loro Chiese Madri, al di fuori dei loro confini statali e della giurisdizione della Chiesa locale). La temporanea coesistenza di queste varie autorità ecclesiastiche è stata affrontata dall’agenda del Sinodo con la costituzione delle Assemblee episcopali decisa dalla IV Conferenza panortodossa preconciliare. Comunque in Africa non vi è la cosiddetta “diaspora”, poiché tutte le comunità e le parrocchie ortodosse sono sotto la giurisdizione del Patriarcato di Alessandria  e partecipano a riunioni annuali o speciali della Chiesa in Africa. Sotto la guida del Papa e Patriarca di Alessandria e di tutta l’Africa, che è anche presidente del Santo Sinodo della Chiesa africana, il lavoro è coordinato con la collaborazione dei metropoliti e vescovi locali. Il clero riferisce periodicamente al patriarca e ai propri vescovi.

Tutti i paesi africani hanno parrocchie che comprendono membri di varie etnie. Sono serviti da clero locale o di altre regioni con l’approvazione del Santo Sinodo del Patriarcato e in conformità con la legge ecclesiastica e i documenti canonici. Nuove parrocchie sorgono secondo le esigenze del territorio mediante la creazione di comitati parrocchiali sotto la supervisione diretta del prete locale e con l’approvazione del vescovo. Quest’ultimo è responsabile nei confronti Sinodo della Chiesa, che si riunisce a intervalli regolari o in casi di particolare necessità. Il patriarca, come primate o primo in onore tra i vescovi della Chiesa africana, oltre a collaborare coi metropoliti e i vescovi del Santo Sinodo, ha un contatto diretto col gregge attraverso visite a diocesi e parrocchie nonché mediante l’incontro con le autorità locali, in particolare capi di Stato, politici e dirigenti. L’esperienza di secoli aiuta a razionalizzare e sistematizzare il coordinamento di questo lavoro pastorale in un’area enorme. La buona volontà, l’umiltà, ma soprattutto il sacrificio, garantiscono i migliori risultati agli sforzi del gregge e dei suoi capi spirituali sulla scena del mondo.

In questa situazione, l’unico avversario è il diavolo. Dobbiamo affrontare il peccato che deriva da lui con tutti i mezzi a nostra disposizione.

Nessuno può essere visto come un concorrente e nessuno è senza responsabilità nella Chiesa. Ogni individuo ha diritto al lavoro e tutti noi abbiamo un dovere verso Dio e il suo popolo. Così, seguendo le regole, l’esperienza dei secoli, ma anche consapevoli della posizione istituzionale di ogni leader spirituale locale, l’opera della Chiesa continua indisturbata dalle sfide.

 

Quale potrebbe essere il contributo specifico delle esperienze e della riflessione delle comunità africane alla grande tradizione ortodossa?

L’antichità e la vitalità che contraddistinguono le comunità africane contribuiscono a renderle la futura Chiesa locale. Le parrocchie sono organizzazioni vitali, veri centri spirituali. Molti cristiani vivono in società con condizioni simili a quelle dei primi tempi del cristianesimo, in cui valgono quei principi di convivenza e rispetto reciproco che il cosiddetto mondo civilizzato sembra aver perso. Perciò possono servire da modello per i cristiani in altri luoghi.

Matrimoni e funerali, per esempio, sono eventi sociali che manifestano il rapporto di parentela e la santità della persona, e di solito offrono un’opportunità di gioia o conforto reciproco. Questo vale anche per l’eucaristia, che fornisce anche una buona occasione per rafforzare i legami familiari, l’amicizia, la solidarietà e la fraternità. La qual cosa ha molto a che vedere con la visione filosofica e teologica dell’Ubuntu, parola che racchiude la comprensione africana dell’esperienza umana e comprende virtù essenziali come la compassione e l’umanità attraverso la comunione con i propri simili. Il concetto di Ubuntu può essere facilmente identificato col messaggio evangelico di amore per il prossimo e di vita in comunione che conduce alla salvezza dell’uomo. Chi è isolato a causa di un’eccessiva ricchezza, dell’egoismo o dell’immoralità non può essere completo se non realizza la vera natura dell’umanità attraverso lo scambio con gli altri esseri umani.

La povertà ha indubbiamente toccato i popoli africani, fornendo loro l’esperienza di come farvi fronte. Nelle nuove parrocchie, i luoghi di culto sono stati spesso semplici capanne di paglia o baracche, ma sorprendentemente ricche di vita sacramentale. Con pochi beni di prima necessità hanno imparato a godere dei beni spirituali e del sublime cibo dell’anima. Per secoli gli africani non hanno sperimentato l’inutile accumulo di beni materiali e non hanno cercato uno sviluppo misurato sui beni materiali, che semmai disprezzavano. Questa esperienza e saggezza acquisite in tanti anni di sopravvivenza in condizioni di sfruttamento coloniale perpetrato da popoli “civili” di paesi avanzati sono valori fondamentali anche per il resto del mondo che ora soffre una crisi economica.

La pazienza e la perseveranza, la tolleranza e l’accettazione, l’umiltà e altre virtù sviluppate durante i momenti difficili della schiavitù sono esattamente ciò di cui l’uomo contemporaneo ha bisogno per porre fine al suo sfruttamento da parte di coloro che appartengono a forze oscure e sono supportati da gruppi invisibili.

Infine, vivendo in armonia con la natura e con gli altri esseri, gli africani hanno mantenuto l’uso armonioso delle risorse naturali. Nonostante l’impatto dell’abuso del continente africano da parte degli stranieri, hanno fatto sì che il degrado ambientale fosse minore che altrove. In nessun altro luogo vi sono così tante specie sopravvissute, nonostante la distruzione di risorse naturali, fauna e flora da parte dell’uomo.

 

Che cosa si aspetta dal rapporto con la Chiesa cattolica romana, ora sotto la guida del Papa Francisco?

Ogni nuovo leader ha un ruolo nell’evoluzione del nostro mondo, che si trova in uno stato di costante sconvolgimento e, come tale, raccoglie lo sguardo preoccupato soprattutto dei bisognosi. Drammatici eventi stanno accadendo oggi nella regione del Mediterraneo e le persone si trovano in una situazione difficile a causa di conflitti politici e rivalità religiose. Il fenomeno della migrazione e l’esistenza di milioni di rifugiati nell’Europa finora cristiana, il mercato globale e le sue conseguenze, la disuguaglianza e il razzismo, insieme al fanatismo religioso, richiedono grande e solerte attenzione.

La mancanza di buoni leader politici, la corruzione nell’amministrazione, l’indebolimento delle istituzioni che avevano in precedenza dato equilibrio alla società, l’immoralità costantemente messa sotto i riflettori dai social media e da altri canali di comunicazione, il tragico fenomeno di legislatori impegnati a varare leggi immorali che sfruttano i propri popoli e le loro risorse, non lasciano molte speranze nella possibilità di trovare soluzioni. In molti casi forze anonime od occulte intrappolano i nostri governanti e attraverso di loro controllano la vita economica, sociale e politica, peggiorando una situazione già negativa.

I leader religiosi possono essere l’unica speranza rimasta al mondo, in particolare quelli i cui atteggiamenti e le cui azioni indicano che essi hanno a cuore il bene del popolo. Ciò è particolarmente vero quando si dedicano al sostegno morale e spirituale dei fedeli e di tutti gli altri esseri umani.

Forse oggi abbiamo bisogno di molte meno prediche dal pulpito, data l’esistenza di nuovi mezzi di comunicazione in grado di trasmettere immediatamente gli insegnamenti dei leader religiosi al pubblico. Inoltre, tutto ciò che comunichiamo attraverso i social media è aperto al controllo dei membri delle nostre comunità e di tutta la società. Pertanto, se i leader stessi diventano modelli con le loro azioni, possiamo essere ottimisti per il futuro del nostro mondo.

Papa Francesco viene dall’America Latina, dove la gente ha attraversato terribili difficoltà e sta ancora soffrendo. La sensibilità che ha acquisito come prete in un paese ancora con tanti problemi sarà utile nel suo ministero. Egli sarà in grado di capire i problemi dei poveri, delle vittime della droga e altre dipendenze, delle vittime di violenza sessuale e altri abusi, del traffico di esseri umani, della discriminazione e della disuguaglianza razziale tra i suoi fratelli e sorelle di tutto il mondo.

L’interruzione della comunione ecclesiale dei cattolici con la Chiesa ortodossa, nel corso di molti secoli, è un fatto triste. L’effetto negativo dello scisma che ha diviso i cristiani può aver danneggiato il mondo intero. Può aver dato l’opportunità alle altre religioni di abusare della bontà del cristianesimo e può essere la causa di molti mali del Medio Oriente e Nord Africa. Da quel momento, abbiamo pregato per l’unità e per il ritorno alla Chiesa una, all’unico, indivisibile corpo di Cristo. Questi sforzi proseguono a tutti i livelli.

Papa Francesco è uno dei potenti leader cristiani e può essere il catalizzatore per le soluzioni di molti problemi. Il suo contributo sarà quindi significativo. In questo sforzo, troverà molti alleati nel mondo ortodosso, poiché il Patriarca ecumenico e altri primati ortodossi cercano di promuovere azioni per riavvicinare i diversi soggetti. Nella società c’è la sensazione che tale unità non sia possibile a causa di differenze dottrinali. Tali differenze devono ovviamente essere rispettate da entrambe le parti, al fine di soddisfare tutti i gruppi che cercano di preservare la vera fede, quale è derivata ​​dai Concili ecumenici e dalla Tradizione della Chiesa. Molti teologi non accettano che la Chiesa sia divisa, ma considerano altri gruppi cristiani come separati dal corpo della Chiesa. Per loro, l’unico accettabile risultato dell’impegno ecumenico è il ritorno dei cattolici, insieme ad altre denominazioni, all’unico corpo della Chiesa. Ciò pone una grande sfida, per affrontare la quale servirà molto coraggio, sostenuto da profonda comprensione teologica e solide argomentazioni ecclesiologiche.

Inoltre, la forza numerica o la potenza materiale di una particolare denominazione non possono essere motivo sufficiente per determinare chi è nel giusto, dominare gli altri o forzare il compromesso. L’unico criterio nel processo di restaurazione della comunione ecclesiale è la conservazione della purezza della fede, che garantirà la confessione della verità con precisione teologica, piuttosto che l’accettazione di qualsiasi forma di compromesso, adatto solo alle procedure civili.

Certo, ci troviamo in una situazione più positiva, avendo superato secoli di completo scisma e di rottura della comunicazione in cui dominavano anatemi e scomuniche. Ora tutte le parti si scambiano elogi cortesi e si impegnano in dialoghi sistematici,  con sforzi sinceri per avvicinare le parti. È ovvio che la comunicazione migliori, ma ci vorrà molto tempo per raggiungere l’unità e la comunione ecclesiale canonica. Fino ad allora, è utile mantenere il contatto con incontri a diversi livelli tra le varie confessioni religiose. Inoltre, la cooperazione tra gruppi differenti ci può aiutare ad affrontare i problemi che affliggono il mondo, come quelli relativi alla bioetica, alla tecnologia, alle relazioni tra le persone e tra le comunità, al culto e all’ordine all’interno della vita religiosa, contribuendo a promuoverne la soluzione.

 

A CURA DI MAURO CASTAGNARO

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